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Omelia V Domenica di Quaresima -Anno B-

«È venuta Torà che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io
vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore,
rimane solo; se invece muore, produce molto frutto ».

(Gv 12,20-33)

Avete mai piantato un seme? Che cosa succede quando voi mettete un seme sottoterra? Il seme marcisce, muore e da esso nasce una pianta che produce tanti frutti… Gesù oggi fa un paragone tra la sua vita e quella del seme; anche Lui è stato messo sottoterra ma non sapevano che era un seme. E che seme, il seme di Dio!!! Anche tanti cristiani dall’inizio della Chiesa fino ai nostri giorni subiscono la stessa sorte. Un proverbio messicano dice proprio così: “Hanno
cercato di mettere sottoterra i cristiani senza sapere che erano semi.” Gesù oggi ci dice che è giunta la sua ora, l’ora tanto attesa, il momento in cui Gesù dà la sua vita per noi. Nel Vangelo di oggi, Gesù sta trascorrendo l’ultima settimana della sua vita… è già stato acclamato in tutta Gerusalemme. Gesù è venuto su questa terra proprio per questa ora… e quando salirà sulla croce attirerà tutti a sé. Perché questo? Come è possibile? Che vuol dire? Ogni persona è attirata dall’amore. Quando nella vita nostra manca l’amore, ci manca tutto. Ecco perché Gesù è capace di attirarci a sé anche se sanguinante e indifeso, cosparso di piaghe e coronato di spine. Proprio in queste condizioni noi tocchiamo il suo amore per noi. Ma oggi dove lo vediamo Gesù? Avete per caso incontrato in Chiesa o in qualche altro luogo sacro Gesù sulla croce? Forse avete visto delle immagini o delle sculture di Gesù, ma Lui in carne ed ossa non lo avete mai visto. Eppure ogni volta che veniamo alla celebrazione della Messa incontriamo davvero Gesù che dà la vita per noi… e come facciamo a saperlo? Ce lo dice la fede ma anche l’esperienza. Quante volte siamo andati a Messa di malavoglia, ma poi tornando a casa ci siamo sentiti leggeri, entusiasti, ricarichi di voglia di amare… che è successo? Abbiamo partecipato al banchetto dell’amore, all’Eucarestia. Ci siamo cibati di Gesù. Lì, anche se non percepibile dai nostri occhi, c’è veramente la presenza di Gesù nell’atto di dare la sua vita per noi. Che meraviglia!!! E’ vero che non vediamo tutto questo eppure ne siamo convinti, ne vediamo gli effetti. Un bambino al catechismo una volta fece questa osservazione: “Dio è come lo zucchero che la mamma mette nel latte la mattina a colazione. Lo zucchero non si vede, ma se la mamma non lo scioglie nel latte subito se ne sente la mancanza”. Se la vita di tante persone è amara è proprio dovuto a questa mancanza di zucchero. Gesù si fa trovare oggi non solo nell’Eucarestia, ma anche in tante persone che soffrono per i più svariati motivi. Sono andata a trovare un uomo abbastanza giovane malato di Alzheimer. Avevo l’impressione di stare davanti al crocifisso: era tutto rannicchiato nel letto, con l’ossigeno per respirare, le gambe magrissime, gli occhi spalancati in cerca di aiuto. Io ero andata a trovarlo perché era il fratello di una mia amica. Sono stata in silenzio davanti a lui e tornata a casa mi sono sentita investita di una carica di amore come se avessi pregato per un’ora davanti al Santissimo Sacramento. E’ per questo che San Francesco ha preferito lasciare la ricchezza della sua casa natale per servire i poveri. E’ per questo che San Camillo ha rinunciato a tutto il suo vagabondare, ai suoi viaggi, ai suoi vizi, per stare con gli ammalati e fondare un istituto di sacerdoti e suore che ancora oggi sono presenti in tanti ospedali. “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”. Sì Gesù, la tua croce e ogni croce che vediamo nel mondo ci parla di amore e ci spinge ad amare.

Episodio della vita di Sant’Annibale

N° 5 – «Giustizia all’innocenza»

Il suo primo articolo, del 26 novembre dello stesso 1868, ha per titolo: Giustizia all’innocenza. È sintomatico che il futuro apostolo del Rogate ci si riveli in questo suo primo scritto dato alle stampe come difensore dei sacerdoti. Si tratta infatti della difesa di due sacerdoti, il direttore e un collaboratore di L’Ape Iblea, giornale cattolico di Palermo, arrestati e lasciati languire in prigione, senza adeguato motivo, e ciò per lo spirito settario che dominava l’ambiente: “Colpevoli solo di aver difeso i principi del cattolicismo in una città libera. Non possiamo trattenerci dal denunziare all’Europa civile un fatto che basta a far conoscere l’immoralità e l’arbitrio dei nostri governanti”. E conchiude: “Ma che si crede? Di costringerci forse al silenzio con simili atti di arbitrio? Oh, la si sbaglia di gran lunga! L’amore della patria e della religione, con l’aiuto di Dio, ci terrà fermi e saldi nella pugna. Sì, lo diciamo a fronte alta e sicura: useremo dei diritti che ci concede la legge per svelare sempre le vostre trame, o bassi nemici della fede cattolica; continueremo sempre a disingannare gl’illusi, a chiamarli alla religione, a renderli ubbidienti alla voce del Sommo Pontefice. Questa è la nostra missione, che vorremmo esercitare anche su di voi. Ma sventuratamente lo spirito del male vi serpe nelle vene, vi soggioga il cuore e l’intelletto, né il vostro danno vi fa scorgere. Voi temete la luce: chi teme la luce è degno delle tenebre, e vi resti sepolto!”

A parte l’enfasi retorica, a parte la conclusione, che rivela ancora il figlio del tuono, non si può non ammirare lo zelo, la franchezza, il coraggio di questo giovane diciassettenne nel sostenere le proprie idee a difesa della religione. Nel 1869 pubblicò pure un carme ad onore di Pio IX, che l’11 aprile celebrava le sue nozze d’oro sacerdotali.

Ma l’apostolato del giovane Di Francia, all’occorrenza non si limitava alla penna. Una volta, uscendo dalla cattedrale, col vestito di gala e la sua brava tuba in testa, notò nella piazza un ciarlatano che aveva radunato un crocchio e sbraitava contro il Papa. Senza pensarci due volte, il marchesino Di Francia ruppe il cerchio, affrontò l’impostore e lo ridusse immantinente al silenzio con un solenne ceffone, che riscosse l’applauso di tutti.

Omelia IV Domenica di Quaresima -Anno B-

«Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare
il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

(2Cr 36,14-16.19-23 / Sal 136 / Ef 2,4-10 / Gv 3,14-21)

Non è la prima volta che sentiamo nominare Nicodemo… Questo personaggio è un fariseo molto importante, un uomo che vuole comprendere fino in fondo le cose, è un dottore della legge attirato dalla persona e dal messaggio di Gesù. Per questo va da lui, ma di notte. Infatti, cosa avrebbero detto o fatto gli altri farisei? Lo avrebbero considerato un traditore? Non sappiamo… certo è che, per evitare inconvenienti, preferisce il buio così nessuno dei suoi lo avrebbe visto. In questo colloquio, Gesù si rifà all’episodio dell’Antico Testamento in cui si parla di serpenti velenosi al tempo della liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Passato infatti il momento iniziale di gioia per il fatto di essere fuggiti dall’Egitto ed essere liberi, la vita nel deserto era faticosa. Si trovano davanti a molte difficoltà, si lamentano spesso e, a volte, rimpiangono anche il tempo in cui erano schiavi. Non credono più che Dio è con loro, dunque vogliono fare di a modo loro. Allora il Signore Dio, per far capire loro quanto indispensabile è la sua presenza, decide di mettersi da parte, di non intervenire (Dio fa come fanno tutti i papà: se un figlio vuole fare di testa sua, il papà, dopo aver cercato di ragionarci assieme senza ottenere risultati, lascia fare. È anche così che un figlio cresce e matura… sbagliando, si può imparare. Succede anche a voi così? Quante volte i vostri papà o le vostre mamme vi danno dei consigli che voi non ascoltate?) Accade che gli Israeliti vengono attaccati da serpenti velenosi e chi venivano morso, moriva. MA Dio, Padre buono che vuole comunque la vita dei suoi figli, a questo punto interviene e dice a Mosè di costruire un serpente di rame e di metterlo su un’asta, in alto, per dare la possibilità a tutti di vederlo: se coloro che venivano morsi dai serpenti lo avessero guardato, avrebbero avuto salva la vita. Ora rileggiamo le parole che quella notte Gesù dice a Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’ uomo”.  Gesù fa un paragone con quell’evento per far capire che Lui è colui che salva, è colui che, una volta innalzato, dà la vita a tutti quelli che credono in Lui. “Innalzare” significa: portare in alto. Generalmente questa parola si usa per dire che qualcuno ha fatto qualcosa di importante per cui è elogiato, oppure è messo in alto nel vero senso della parola (facciamo qualche esempio: quando prendete un bel voto venite innalzati nel senso che la maestra/prof vi porta in alto, cioè vi loda facendo risaltare la vostra bravura). Questa parola, cioè, ci fa capire che chi è innalzato è in una condizione migliore di quella in cui era prima, una condizione di gioia e di gloria. Ora cerchiamo di capire che cosa significano le parole del Vangelo “bisogna che sia innalzato il Figlio dell’ uomo” Gesù è innalzato in modo diverso dagli
“innalzamenti” umani: è innalzato su una croce.L’innalzamento di Gesù è l’abbassamento più basso che poteva raggiungere…. perchè la morte in croce era solo per gli schiavi. È vero allora che Gesù, appeso alla croce, è stato innalzato da terra come gli schiavi ma, per l’evangelista Giovanni, che vissuto tutti i momenti della passione del suo Maestro, questo innalzamento non è solo fisico, non è solo segno di sofferenza, ma è un essere avvicinato a Dio, alla destra del Padre. È un innalzamento di vittoria, di gloria perché è il momento in cui Gesù manifesta a tutti noi il suo amore. Ha dato la sua vita per noi è morto e risorto per salvarci dal peccato, dalla morte eterna. Cari fratelli e sorelle, Gesù chiede anche a noi di dare la nostra vita… non certo morendo fisicamente come ha fatto lui! Ci sono tanti modi, per noi, di dare la vita… (ad esempio, fare a meno di qualcosa a cui teniamo tanto per donarla a chi ne ha bisogno, etc…) Sono certo che ognuno di noi sa come potrebbe “dare la vita”! Non è sempre facile, anzi, perché anche noi potremmo essere morsi dal serpente della pigrizia, del pettegolezzo, dell’invidia, del voler primeggiare… ma guardare il Crocifisso ci può guarire, ci può aiutare a capire che cosa significa “volere un bene da morire”. Chi guarda il Crocifisso trova salvezza e vita “perché Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Ma cosa vuol dire guardare a Lui innalzato sulla croce? Vuol dire che ci dobbiamo mettere davanti al Crocifisso, guardarlo, stare lì e basta? No! Significa credere all’amore che Gesù ha avuto per noi donando se stesso e fare nostro il suo modo di vita. Ma per far questo dobbiamo far morire tutto quello che in noi non è amore. E il “non amore” si può riassumere in una sola parola: egoismo, che è l’atteggiamento di chi si preoccupa solo di se stesso. Come bloccare questo atteggiamento? Amando senza misura!! Come si fa? Come fanno i bambini… I bambini misurano l’amore a bracciate più che a parole. Per dire “tanto”, allargano le braccia più che possono, perché l’amore è vero solo quando si spinge al limite del possibile, del consentito. E così fa Dio, che ama distendendo le proprie braccia sulla croce, fino ad abbracciare l’intera umanità, affinché nessuno si senta escluso.

Episodio della vita di Sant’Annibale

N° 4 – L’apostolato della stampa

Un suo zio dirigeva La Parola Cattolica, coraggioso settimanale che affrontava a viso aperto le battaglie della fede e la difesa del Papato, tanto da meritare parecchi sequestri e un anno di sospensione, dal giugno 1866 al giugno 1867, per la strenua affermazione della causa cattolica. Il Servo di Dio vi cominciò giovanissimo il suo apostolato della stampa, che fu sempre per lui una passione. Ci limitiamo a segnalare le sue due prime collaborazioni, una in versi e l’altra in prosa. Il 2 giugno 1868 pubblica una saffica Per Maria Vergine:

Sul tuo trono di stelle anch’io ti canto,
Amareggiato nell’april degli anni,
Che d’un dolore intemerato e santo
Bevvi agli affanni!

Addio, vergini sogni! addio, beate
Illusion dell’animo, esclamai,
Che nel fervore d’una prima etate
Ebbro sognai!

Si sente l’anima ricca di pietà e di fervore, ma si tratta sempre di un giovane con le sue ansie e i suoi problemi. Il poeta continua rilevando la tristezza dei tempi, la violenza della lotta tra il bene e il male, che lacera l’Italia, e annunzia la salvezza, che verrà dalla Madonna. Ma come trionferà la Madonna?
Il poeta, ripetiamo, è giovane e i giovani   anche i santi e i… futuri auspicati santi!   si sa, sono tutti, chi più chi meno, della focosa famiglia dei Boanerges (Mc 3, 17), figli del tuono, i quali, come Giacomo e Giovanni, domandano fuoco dal cielo. Conchiude quindi:

Donna e Regina dell’eterna sede,
Fulmina gli empi dal tuo ciel supremo!

A questo punto mi sembra di vedere la santa Madonna chinarsi sull’ardente giovanetto, per fargli   sentire all’orecchio, adattandole a Sé, le parole del suo Divin Figlio: «Tu non sai di che spirito sei: la mia missione non è quella di perdere gli uomini, ma di salvarli». Il giovane intese questo richiamo, e sul giornale che conservò per sé, corresse di suo pugno: Converti gli empi dal tuo ciel supremo!

© Riproduzione Riservata – Tratto da “Non disse mai no” di Teodoro Tusino

Omelia III Domenica di Quaresima -Anno B-

«Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo».

(Es 20,1-17 / Sal 18 / 1Cor 1,22-25 / Gv 2,13-25)

Il capitolo venti del libro dell’Esodo può essere riletto proprio come il momento in cui Dio aiuta Israele a comprendere dove si trova e quale sia il modo migliore per vivere la relazione con Lui. Israele si trova ancora nel deserto del Sinai. È un popolo smarrito che non sa bene quale direzione prendere. È smarrito soprattutto nella relazione con un Dio che sta imparando a conoscere. È un Dio del quale a volte non si fida, un Dio contro il quale mormora, un Dio dal quale pensa di essere stato tradito o abbandonato. Le parole sono il segno della relazione: ti parlo perché riconosco che sei davanti a me. Al contrario, l’indifferenza e il silenzio uccidono la relazione. All’interno di una coppia, la situazione peggiore non è quando si litiga, ma quando non ci si parla più! In questo testo del libro dell’Esodo, Dio dona a Israele delle parole preziose e si rivolge al suo interlocutore usando il Tu. Quelli che conosciamo come comandamenti sono piuttosto parole (le 10 Parole) per costruire una relazione. In una relazione autentica, l’altro non è un idolo. Lo diventa quando io non ascolto più, quando mi costruisco un’idea su di lui e mi illudo di poterlo manipolare. Ecco, le prime parole di Dio vogliono proprio sottrarsi a questo tipo di relazione con noi: Dio non è un idolo, ma un Altro che in maniera viva stabilisce una relazione con noi. Dio non è il prodotto della mia immaginazione, ma un Altro che mi sorprende. Ogni relazione ha bisogno di cura. Dio sta in fondo ricordando a ciascuno di noi che anche la relazione con Lui ha bisogno di questa cura. E il luogo in cui ci possiamo prendere cura della relazione con Dio è il cuore del fratello. Proprio perché Dio non è una fantasia, si fa incontrare concretamente nelle relazioni che costruiamo tra noi. In questa prospettiva, il Salmo 18 ci invita a ringraziare per queste parole che Dio ci dona, perché grazie a queste parole non ci perdiamo, ma possiamo sempre ritrovare la strada: “la legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima”. Sappiamo bene poi che in una relazione le parole non bastano, occorre fare gesti concreti. Così anche Dio opera continuamente nella storia di Israele: lo libera dalla schiavitù, lo libera dalla fame e dalla sete, lo libera dai serpenti velenosi, ma soprattutto, come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura di questa domenica, quelle parole che Dio ha pronunciato nel deserto del Sinai trovano la loro pienezza sulla croce. Se in quelle parole troviamo il desiderio di Dio di costruire una relazione con noi, nella croce vediamo il gesto incomprensibile dell’amore per noi. La croce supera tutte le parole: è l’amore che non può essere spiegato. Occorre lasciarsi amare in modo così folle da Dio per provare a capire. La croce compie e supera le parole. Nella vita del popolo d’Israele, il Tempio è diventato poi, nella terra promessa, il luogo dell’ascolto delle parole di Dio. A questo punto allora possiamo capire la reazione furiosa di Gesù (Gv 2,13-25): il Tempio dovrebbe essere l’immagine di questa relazione con Dio e invece è diventato un mercato. Era normale ai tempi di Gesù che nel tempio ci fossero i venditori di animali e i cambia valuta. Per i riti si offriva un animale in base alle proprie possibilità e lo si poteva acquistare al tempio (anche Maria e Giuseppe offrono una coppia di tortore alla nascita di Gesù). Anche per quanto riguarda l’elemosina, si doveva fare nella valuta corrente di Gerusalemme. I pellegrini che arrivavano da altri paesi avevano necessità di cambiare per poter fare l’offerta. Ci facciamo ora una domanda: perché Gesù si arrabbia in questo modo? Gesù si arrabbia, non per questi banchi, ma perché han fatto della preghiera un mercato. L’idea, ormai radicata nelle persone, era che: tanto più grande è l’animale o l’offerta e tanto Dio deve ricompensare. Quando una relazione diventa un contare, non è più relazione di amore, ma un commercio. Questo accade con le persone, ma anche con Dio. Quante volte lo facciamo anche con Dio: “Ti ho tanto pregato, ho fatto sempre del bene, ho seguito tutti i comandamenti… e tu? Non mi ascolti e mi hai fatto capitare queste cose?”. Riflettiamo sulla nostra preghiera: quanto è un contare, invece di una relazione di amore (perché l’amore vero non conta mai!): Signore io ti prego tanto, ma tu invece non mi hai mai dato una gioia! Chiediamoci cari fratelli e sorelle: come viviamo il nostro rapporto con Dio: è casa o supermercato? Dovremmo smettere di fare del Signore un supermercato, un luogo dal quale prendere quello che ci serve al prezzo migliore, risparmiando il più possibile. Dio non è un prodotto di consumo; siamo noi che dovremmo farci consumare dal Suo amore! Un Amore che è e che sarà sempre squisitamente GRATIS!

Episodio della Vita di Sant’Annibale

N° 3 – L’abbraccio del poverello

Ci viene segnalato un episodio che si riferisce a questi anni di collegio.

Un povero era stato ammesso nel refettorio dei collegiali. Mentre consumava in un angolo quanto gli era stato offerto, ecco che viene fatto segno alle impertinenze di quella ciurma incosciente, che, a cominciare dagli assistenti, con frizzi e motti dapprima, e poi col lancio di bucce, torsi e rifiuti della tavola, lo costrinsero a ritirarsi mortificato. A quello spettacolo il piccolo Annibale Maria non resse: raccolse in un cestino pane, formaggio, frutta e corse ad offrirlo al poveretto che si allontanava. Il buon vecchio lo abbracciò e baciò con le lacrime agli occhi.

Puozza ‘mbiri ‘nto calici! (cioè possa tu diventare sacerdote)  gli disse sorridendo la portinaia; e il Servo di Dio si compiaceva di ricordare fino agli ultimi tempi come il Signore aveva realizzato l’augurio della buona popolana.

In seguito alla rivoluzione del 1860, la mamma lasciò Messina, riparando in Napoli presso i parenti, col giovanetto che vestiva la bianca cocolla cistercense.

A quindici anni usci dal collegio, definitivamente chiusa dalle leggi eversive, e continuò i suoi studi con molto profitto sotto la guida dell’insigne poeta messinese Felice Bisazza. Egli era nato poeta. In seguito diremo anche della   sua vena e della sua attività poetica. Certamente, se avesse avuto tempo e modo di coltivare le disposizioni naturali, il Servo di Dio avrebbe colto nel campo della poesia più di un alloro. Preferì invece coglierlo nel campo della carità: e non è forse poesia, altissima poesia, la carità?

 

© Riproduzione Riservata – Tratto da “Non disse mai no” di Teodoro Tusino

Omelia II Domenica di Quaresima -Anno B-

“Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti”.

(Gen 22,1-2.9.10-13.15-18 / Sal 115 / Rm 8,31-34 / Mc 9,2-10)

Lungo il cammino della vita non è sempre facile capire dove Dio ci stia portando. Ci sono passaggi decisivi in cui non ci resta che consegnare a Lui i nostri desideri. Quante volte ci siamo fermati attoniti, incapaci di capire il senso di quello che stava accadendo, ci siamo chiesti probabilmente perché il Signore ci avesse portato proprio là, dentro situazioni incomprensibili. È quaresima non solo nelle settimane che ci preparano alla Pasqua, ma tutte le volte che ci sentiamo morire, per tutte le volte che aspettiamo di risorgere. Ecco, è proprio questo l’itinerario che ci viene proposto nella seconda domenica di Quaresima. Nella prima lettura, il libro della Genesi ci mette infatti davanti a una richiesta incomprensibile di Dio: consegnare a lui con fiducia il nostro futuro. Che cos’è infatti un figlio per un padre se non le attese, la speranza, una possibilità di riscatto? Ad Abramo quel futuro è stato donato, la promessa è stata mantenuta. Dov’è allora il problema? Ci sembra di capire che piano piano Abramo si sia concentrato talmente tanto sul suo futuro, sui suoi doni, sulle sue possibilità da aver dimenticato tutto il resto. Nel cuore di Abramo c’è spazio solo per il suo progetto, proprio come un padre che si illude di poter tirar su un figlio a sua immagine, con le sole sue forze, con la pretesa di poterne fare quello che vuole. C’è in Abramo una sorta di delirio di onnipotenza che lo porta a prendere il posto di Dio. Per questo, credo, Dio chiede ad Abramo di rimettere ordine nel suo cuore: un tempo, all’inizio della sua vocazione, Dio aveva chiesto ad Abramo di consegnare il suo passato («lascia la casa di tuo padre»), ora gli chiede di consegnare anche il futuro («prendi tuo figlio…e offrilo»). Solo in questo modo ci sarà spazio per accogliere di nuovo Dio nella sua vita. Moria, il luogo del sacrificio di Isacco, può essere riletto perciò come il luogo della purificazione degli affetti, là dove Dio ci chiede di rimettere ordine nel nostro cuore. Questo itinerario prosegue nel racconto del Vangelo di Marco, perché anche lì siamo a un punto di svolta: Gesù sta per intraprendere il suo cammino verso Gerusalemme. Gesù prenderà questa decisione con determinazione, nella consapevolezza della sofferenza a cui può andare incontro. Anche lungo la sua strada verso la croce ci saranno eventi dolorosi incomprensibili: il tradimento dell’amico, l’umiliazione del processo, il silenzio del Padre… e anche per Gesù si tratterà di entrare in una consegna. A differenza di Abramo, Gesù non consegna solo il suo futuro, ma arriva a consegnare se stesso: «nelle tue mani consegno il mio spirito». Ecco dunque verso dove ci porta la quaresima e a cosa ci prepara: vivere la consegna di noi stessi nelle braccia del Padre. Ma come Dio riconsegna ad Abramo il figlio (cioè il suo futuro), così il Padre riconsegna a Gesù la vita. Ciò che è consegnato a Dio ci viene restituito nella gloria. Lungo questo itinerario della vita dunque Dio pone per noi quei momenti in cui si trasfigura, si fa vedere, cioè, così com’è: al di là (trans) dell’apparenza sensibile (figura), al di là di come le cose possono sembrare, Dio ci consente di cogliere nelle cose ordinarie e a volte dolorose, la sua delicata presenza. Si fa vedere così com’è e ci permette di vederlo attraverso quella finestra che è la Sacra Scrittura. È la Parola che ci consente di riconoscere la sua presenza. In questo testo di Marco, infatti, Gesù dialoga non a caso con Mosè ed Elia, non solo perché il ritorno di questi due personaggi era atteso nella tradizione ebraica come segno dell’avvento del Messia, ma anche perché essi incarnano l’intera Scrittura: Mosè rappresenta la Legge (visto che a lui era attribuito il Pentateuco), Elia era il profeta per eccellenza rapito in un carro di fuoco. Lo stesso Gesù, nel Vangelo, usa più volte questa espressione “la Legge e i Profeti” proprio per dire l’intera Scrittura. La Parola di Dio ci svela la presenza del Signore anche laddove sembra difficile riconoscerlo: nel cammino della passione che Gesù sta per iniziare a percorrere, la “divinità si nasconde” ma non vuol dire che non c’è. Semplicemente nei momenti difficili facciamo fatica a vedere la presenza di Dio, ma la sua Parola ci aiuta a entrare nella nube che avvolge la strada. Anche i discepoli infatti sono avvolti in una nube, segno dell’incomprensibilità dell’agire di Dio, ma, mentre sono dentro quella nube, ascoltano la voce del Padre che dona loro l’indicazione fondamentale della nostra vita, preannunciata già nel momento del battesimo di Gesù: questi è il mio figlio, ascoltatelo! Ed è questo che dobbiamo fare mentre percorriamo la strada dell’incomprensione: ascoltare (solo) il Figlio! E se abbiamo paura di riprendere il cammino, se abbiamo paura di perdere quella presenza del Signore che abbiamo sperimentato, non c’è da temere, non vale la pena costruire delle capanne per rinchiudere e fissare quello che abbiamo sperimentato. Occorre invece scendere, continuare a camminare, c’è bisogno di annunciare, senza fermarsi, anzi raccontando come il Signore si è preso cura di noi, che Egli è sempre con noi e che noi siamo suoi figli amati e perdonati!

Omelia I Domenica di Quaresima -Anno B-

<< Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete nel Vangelo».

(Mc 1, 12-15)

La vita ci mette talvolta davanti a situazioni inevitabili, che molte volte non dipendono da noi ma che ci permettono, nonostante siano dolorose, di guardarci dentro. È come se casualmente ci trovassimo a passare davanti a una vetrina o a uno specchio che ci rimanda un’immagine di noi a cui non stavamo prestando attenzione. Presi dall’ordinarietà e sedentarietà della vita, non ci accorgiamo più di dove stiamo andando. La sventura, l’incidente, l’imprevisto interrompono quel tempo ordinario e ci fanno entrare dentro quella che in modo metaforico chiameremmo una “quaresima”. Forse proprio in questa prospettiva, il passo del Vangelo che apre questo cammino di quaresima ci presenta una situazione inattesa: Gesù è spinto nel deserto. Quel verbo (ekballo) indica proprio un movimento violento, quasi una costrizione, un essere gettati con forza da qualche parte. È chiaro quindi che Gesù accoglie un movimento interiore (una mozione direbbe sant’Ignazio) che lo spinge nel deserto. Il deserto è un luogo fortemente simbolico nel linguaggio biblico, non solo come immagine, ma anche come momento fondamentale della vita del popolo d’Israele. Il deserto è certamente il luogo dove vengono meno i punti di riferimento, il deserto rappresenta la solitudine. È il luogo in cui emergono le nostre paure, il luogo dove non possiamo evitare di confrontarci con noi stessi. In questo senso il deserto è sempre un’immagine di quelle situazioni della nostra vita dove siamo costretti a guardarci dentro. Per Israele però il deserto ricorda anche la sua storia: è nel deserto che avviene il lungo cammino che dalla schiavitù dell’Egitto porta alla terra premessa. Il deserto per Israele è il luogo dell’intimità, perché li fa esperienza profonda del proprio peccato e dell’infedeltà, ma è anche nel deserto che si accorge di come Dio sia la sua sola forza. È lungo il cammino nel deserto che Israele riceve da Dio la legge, fondamento dell’alleanza. Questo ci porta a capire che molte volte le situazioni che sembrano solo disperate e spaventose, possono costituire invece il luogo della costruzione di una profonda relazione con Dio e un tempo di purificazione della nostra interiorità. Proprio alludendo probabilmente ai quarant’anni del cammino di Israele nel deserto, il testo di Marco afferma che nel deserto Gesù ci resta quaranta giorni. Quaranta è un numero che indica una vita. A quarant’anni un uomo ha di fatto vissuto tutto quello che può vivere, è il tempo della pienezza. Gesù resta nel deserto quaranta giorni, come a dire che l’esperienza della prova appartiene alla vita intera. È tutta la nostra vita che attraversa momenti di deserto. Anche per Gesù si tratta di un passaggio necessario prima di cominciare il suo ministero. Bisogna guardarsi dentro, confrontarsi con le proprie motivazioni. Per Gesù si tratta di assumere consapevolmente la missione di dare la vita per gli uomini. Ma perché? Cosa lo spinge? Sappiamo bene infatti che sulla figura del Messia c’erano molte attese, alcune di queste parlavano anche di violenza, di gloria, di successo. Quale tipo di Messia vuole essere Gesù? È una domanda a cui non può sottrarsi. E sarà proprio su queste possibilità che farà leva la tentazione. La versione di Matteo e Luca di questa esperienza nel deserto esplicita infatti il dialogo tra Gesù e il Diavolo: si tratta di scegliere tra la via del potere e del privilegio e quella della sofferenza e della croce: obbedire alla volontà del Padre. Quando ci ritroviamo da soli nel deserto della vita, quando ci troviamo ad attraversare quelle situazioni inaspettate e spesso faticose, emerge tutto quello che c’è dentro di noi. In modo particolare si fanno sentire quei lati oscuri che di solito tendiamo a mettere a tacere. Si vedono maggiormente quelle ombre che abbiamo fatto finta di non vedere. Il deserto della vita ci costringe a fare i conti con tutto questo. Il racconto di Marco ci descrive l’esito finale della lotta di Gesù con tutto quello che cerca di spaventarlo: Gesù stava con le bestie selvatiche. Possiamo pensare a tutto quello che urla dentro di noi e ci spaventa. È la nostra umanità. Gesù non rinuncia alla sua umanità, non la disprezza e non la uccide, ma sa stare con essa! Il deserto è il tempo in cui siamo chiamati a imparare a dialogare con le bestie selvatiche che ci abitano. Se infatti da un lato Gesù deve affrontare la minaccia delle bestie selvatiche, sperimenta anche la presenza degli angeli che lo servono. Il Padre infatti, ne siamo certi, non ci lascia mai soli in questa lotta.

Omelia Mercoledì delle Ceneri -Anno B-

« State attenti a non praticare la vostra giustizia

davanti agli uomini per essere ammirati da loro».

(Gl 2,12-18 / Sal 50 (51) / 2Cor 5,20-6,2 / Mt 6,1-6.16-18)

Oggi è il Mercoledì delle Ceneri, cioè il primo giorno di Quaresima. Ma per capire bene cosa ci vogliono dire le letture, dobbiamo prima sapere cosa significano “ceneri” e “Quaresima”. Tra qualche momento, dopo l’omelia, ci metteremo tutti in fila e andremo dal sacerdote per farci mettere sul capo un pochino di ceneri (derivano dai ramoscelli secchi di ulivo che sono stati bruciati all’ultima Veglia di Pasqua) mentre ci dirà: “convertiti e credi al Vangelo”. Questo è un gesto molto antico, che risale Antico Testamento. Gli ebrei, infatti, usavano cospargersi il capo di ceneri e indossare abiti di iuta (lo stesso tessuto con cui si fanno le corde) quando cercavano il perdono di Dio. Anche noi diciamo che la Quaresima è un periodo di penitenza, ma ci riferiamo all’accezione positiva del termine. Infatti lo consideriamo, piuttosto, un tempo di Grazia. È un periodo nel quale ci prepariamo a qualcosa di straordinario. Ecco, senza rischiare di cadere troppo nella banalità, potremmo dire che la Quaresima è il periodo di tempo che ci serve per preparaci al meglio. È come un periodo di gestazione, non serve solo al bambino per crescere sano e forte nella pancia della mamma, ma anche ai genitori per prepararsi ad accoglierlo nel migliore dei modi. Scopriamo come Dio vuole introdurci in questo periodo di benedizione: La Prima Lettura è tratta dal Profeta Gioele. È un annuncio bellissimo di una conciliazione tra noi e il Padre. Anzi, è anche qualcosa di più: Dio desidera stare insieme a noi, condividere del tempo con noi. Ci ama talmente tanto, che stravede per noi! Verrebbe da chiedersi, allora, per quale motivo spesso le cose ci vanno male. Il problema è la prospettiva dalla quale le vediamo. Siamo sempre concentrati su ciò che noi vorremmo o su ciò che noi pensiamo sia meglio, ma non siamo capaci di vedere come vede Dio. Pensate se qualcuno ci dicesse: “guarda dal buco della serratura di questa porta: il tuo futuro sarà bello quanto il paesaggio che vedi”. Noi ci avviciniamo e vediamo solo un tronco di un vecchio albero a terra. Ci arrabbiamo con Dio: “come puoi permettere che mi senta così? Che viva una situazione così antipatica? Che sia così solo?” Dio non è un incoerente: se dice che per noi vuole il meglio, è veramente così. Allora il problema è la nostra visione ristretta della realtà. Sì perché se ci fidassimo di Dio, tanto da aprire quella porta, scopriremmo che quel tronco d’albero, in realtà, fa parte di un giardino immenso, meraviglioso, profumato e luminoso. Anche San Paolo, nella Seconda Lettura, ci annuncia questa nuova alleanza, talmente straordinaria che sarebbe da sciocchi lasciarsela scappare. Il Vangelo, invece, sembra avere un aspetto più concreto, perché ci parla di cosa fare e come fare, per vivere in modo fruttuoso e sensato questo tempo. L’evangelista Matteo racconta un insegnamento di Gesù riguardo alla modalità di vivere la relazione con il Padre. Molto spesso ci piace che la gente si complimenti con noi per quello che facciamo per cui, anche l’aiuto in parrocchia, potrebbe essere svolto non per il suo significato ma per dimostrare agli altri quanto siamo bravi. Gesù ci vuole liberare da questo peso. Non dobbiamo agire per il merito che gli altri ci conferiscono, ma per l’amore che ci unisce a Dio. Nel brano si parla di elemosina, preghiera e digiuno. Però dobbiamo stare attenti a non prendere queste tre azioni come l’ennesimo compito da svolgere, altrimenti cadiamo in una frenesia iper- religiosa che non fa bene a nessuno. Questi gesti, invece, servono a depurarci da tutto ciò che c’è in eccesso nella nostra vita, per tornare a quell’essenziale che ci mette in relazione con Dio. Si tratta di ritrovare una genuina e vera intimità con Lui, abbastanza forte da non messa come merce di scambio per la stima degli altri. È per questo che Gesù dice di fare tutto nel segreto, affinché non ci siano interferenze tra noi e Lui. Inoltre è necessario capire bene questi tre segni, affinché non diventino mera superstizione. L’elemosina: non si tratta solo di dare soldi ai poveri, ma di rinunciare a qualcosa che per noi è imprescindibile. Non il superfluo, ma qualcosa che per noi è importante! La preghiera: non vince chi fa più rosari al giorno, ma chi vive la relazione con Dio nella verità. Se si pregasse di continuo ma, per esempio, non si chiedesse nulla di bello per i propri nemici, avrebbe senso? Il digiuno: non è semplice astinenza dal cibo, ma una rinuncia da tutto ciò che ci allontana da Dio. Si può digiunare dai pettegolezzi, dell’ira, dalla pigrizia, dell’egoismo. In sintesi l’elemosina ci invita a vivere al meglio le relazioni con gli altri; la preghiera, alimenta la relazione con Dio; il digiuno, ci aiuta nella relazione con noi stessi (di cosa mi sto nutrendo? (Io o Dio). Per vivere autenticamente queste tre cose, bisogna seguire il consiglio di papa Francesco: “fare il bene, perché è bene, e non per come ci fa apparire”. Vi auguro di riuscire a vivere un tempo di vera e sincera intimità con Dio, per vivere al meglio la Pasqua.

Episodio della vita di Sant’Annibale

N°2 – 5 luglio 1851

Il P. Annibale Maria Di Francia fu apostolo della preghiera per le vocazioni sacerdotali, apostolo di carità specie per gli orfani abbandonati, e apostolo della devozione a S. Antonio di Padova.

Nacque a Messina il 5 luglio 1851, sabato, dal Cav. Francesco, Marchese di S. Caterina, creato da Pio IX Viceconsole Pontificio e Capitano onorario della Marina, e dalla nobildonna Anna Toscano, dei Marchesi di Montanaro da parte di madre.

Orfano a due anni, trasse una infanzia solitaria e triste, perché la mamma, impegnata nella sistemazione del patrimonio familiare che si andava disgregando, non poté occuparsi immediatamente di lui e lo affidò ad una vecchia zia, che viveva sola, in ambiente chiuso, fatto proprio per mortificare la vivacità di un bambino. Di questo suo tormento fisico e morale si servi la Provvidenza, per infondergli nell’anima fanciulla, i germi di quella incomparabile tenerezza per i piccoli e i derelitti, che caratterizzano la sua vita.

A sette anni fu messo dalla madre nel collegio di S. Nicolò dei Gentiluomini, tenuto dai Cistercensi, dove, aprendo la mente ai primi rudimenti del sapere, riscaldava il cuore al fuoco della pietà: egli ricorderà sempre can riconoscenza il buon P. Foti, che ogni sera lo conduceva dinanzi ad una immagine della Madonna a recitare con lui lo stellario della Immacolata Concezione, e coi suoi discorsi ed esempi gli sviluppava nell’anima fiamme di amore verso la SS. Vergine.

La carità sembrava nata con lui. Sua madre soleva dire che, fin da bambino, grande era la sollecitudine del Servo di Dio verso i poveri ai quali dava tutto quello che in casa poteva raccogliere di oggetti o cibo per essi.

 

© Riproduzione Riservata – Tratto da “Non disse mai no” di Teodoro Tusino