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Episodio della vita di Sant’Annibale

Episodio della vita di Sant’Annibale

N° 1 – Il primo e l’ultimo incontro

20 agosto 1911: in treno, sulla linea adriatica verso Brindisi. Eravamo nove ragazzi; il Padre Di Francia ci aveva rilevati a Bisceglie e ci conduceva ad Oria nel suo Istituto di S. Pasquale.

Ero il più piccolo della comitiva, ed egli in seguito si compiacerà di richiamare all’occasione quel viaggio, per il ricordo che gli aveva lasciato la mia vivacità.

Era tanto   e faceva segno con la mano   era tanto  piccolino, e per tutto il viaggio rideva, rideva sempre.

Certo è una testimonianza che non mi fa onore; ma di ben altra natura è il ricordo incancellabile che ha lasciato in me tutto quel giorno, il primo, passato in compagnia del Padre.

Come il treno si mosse, mi domandò: Dimmi: quanto ami Gesù?

Mi trovai imbarazzato e balbettai: L’amo quanto posso!

Ed egli ad insistere: Ma quanto vuoi amarlo? 

Non ricordo ciò che risposi; ricordo invece che, dopo aver rivolto a tutti la stessa domanda, egli suggerì questa risposta: –Io voglio amare Gesù con l’amore con cui l’amano tutti gli Angeli e tutti i Santi del cielo e tutti i giusti della terra, con l’amore con cui l’ama la SS. Vergine Maria e finalmente con l’amore con cui l’ama il suo stesso Divin Genitore!

E spiegava: Certo, non è possibile arrivare a tanto; ma che importa? Gesù gradisce i santi desideri, se ne compiace e accresce nell’anima le fiamme del suo amore.

Un discorso di tal genere era per me del tutto nuovo; né meno nuovo il fatto che il viaggio era ampiamente costellato di preghiere e di rosari. Avvicinandoci ai diversi paesi, il Servo di Dio si affacciava al finestrino cercando con lo sguardo la Chiesa, e diceva: Vedi, lì c’è Gesù: salutiamolo; a quest’ora forse è solo, abbandonato.

Rammento però benissimo che non mi annoiavo, mentre egli sapeva distrarci con santi discorsi: ci narrò, per esempio, la vita di S. Barsanofio Abate, protettore di Oria, ci parlò dell’istituto di S. Pasquale, ecc.

Ad un tratto io interruppi bruscamente: Padre, ho sete!

I treni di quel tempo non vantavano gl’innumerevoli comforts di oggi, e, l’acquedotto pugliese essendo ancora da venire, un bicchier di acqua si comprava agli spacci pubblici. Il Padre pertanto mi si rivolse sorridente e disse: – Ora Gesù beve nel tuo cuore; a Brindisi Gesù darà da bere a te.

Linguaggio nuovo anche questo; ed io guardavo con tanto di occhi, quasi per dire: ma intanto l’acqua non c’è! E il Padre, amorevolmente: Non credi? Sta attento: offri questa sete a Gesù: è come sé gli avessi offerta dell’acqua, quando Egli la chiedeva sulla Croce!

Il discorso correva a meraviglia, e da tutto il complesso di cose vedute ed osservate nel viaggio, nella mia piccola testa frugolina si veniva formulando un pensiero: Questo Padre è davvero un santo!

E il pensiero si andò maturanda successivamente in ferma convinzione, nei sedici anni che rimasi alla sua scuola.   

30 maggio 1927, antivigilia della morte. Il Padre si trovava da una ventina di giorni alla Guardia, contrada periferica di Messina, dove si sperava nella ripresa della sua salute ormai sfinita.

Quella mattina gli portai la Comunione per tempo e dopo la S. Messa andai a licenziarmi da lui per tornare in città. Lo trovai seduto sulla sua vecchia sedia di vimini verdi.

Come sta, Padre?

Come l’albero caduto! Mi rispose con accento della voce e lampo degli occhi, in cui, pur nella pienezza dell’abbandono al divino volere, riviveva la nostalgia dei tempi passati, quando l’albero vigorosa sfidava i venti e le tempeste. E continuò: Lasciamo fare a Dio: Iddio sa quello che fa, Iddio sa quello che fa! Benedico.  

E alzò la mano paterna sul mio capo.

Fu quello per me il suo ultimo insegnamento e la sua ultima benedizione: insegnamento e benedizione che mi rimangono impressi profondamente nell’anima, mi accompagnano nelle alterne vicende della vita, fino al giorno in cui il Signore per sua infinita misericordia vorrà schiudermi le porte della eternità beata.

E mi aiuti quella benedizione a stendere queste brevi memorie.

© Riproduzione Riservata – Tratto da “Non disse mai no” di Teodoro Tusino

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