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Omelia Domenica delle Palme – Anno B –

Omelia Domenica delle Palme – Anno B –

(Mc 14,1-15,47)

La Domenica delle Palme ci ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme e da inizia la Settimana Santa. L’episodio rimanda alla celebrazione della festività ebraica di Sukkot, la “festa delle Capanne”, in occasione della quale i fedeli arrivavano in massa in pellegrinaggio a Gerusalemme e salivano al tempio in processione. Ciascuno portava in mano e sventolava il LULAV, un piccolo mazzetto composto dai rami di tre alberi, la PALMA, simbolo della fede, il MIRTO, simbolo della preghiera che s’innalza verso il cielo, e il SALICE, la cui forma delle foglie rimandava alla bocca chiusa dei fedeli, in silenzio di fronte a Dio, legati insieme con un filo d’erba (Lv. 23,40). Il cammino era ritmato dalle INVOCAZIONI DI SALVEZZA (Osanna, in ebraico Hoshana) in quella che col tempo divenuta una celebrazione corale della liberazione dall’Egitto: dopo il passaggio del mar Rosso, il popolo per quarant’anni era vissuto sotto delle tende, nelle capanne; secondo la tradizione, il Messia atteso si sarebbe manifestato proprio durante questa festa. Gesù, quindi, fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso della Palestina, acclamato come si faceva solo con i re però a cavalcioni di un’asina, in segno di umiltà e mitezza. La cavalcatura dei re, solitamente guerrieri, era infatti il cavallo. Qui la folla numerosissima, radunata dalle voci dell’arrivo del Messia, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente rendevano onore a Gesù esclamando «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!». Oggi, ci mischiamo fra la folla, lo vediamo scendere da Betfage, in mezzo agli ulivi, attraversa il torrente Cedron. Cavalca un asina, segno di umiltà e mitezza, che ha chiesto di slegare per condurlo a lui. Slega anche me, Signore, usami, se hai bisogno, sono solo un povero asino che tu rendi un destriero. Slegami da ogni legame di morte e di tenebra che mi impedisce di scoprirmi amato e perdonato. Ecco che cammini in mezzo a noi, seguito e preceduto dai bambini che ridono e corrono come dei matti. Qualche adulto prende dei rami d’ulivo li agita davanti a te, qualche altro mette a terra i suoi mantelli. Osanna! Grida qualcuno. Osanna! Rispondo altri. Sorridono i discepoli. Sorride, tu, o Maestro. Non ci sono i sommi sacerdoti, né i farisei. Nessuno scriba, né dottore della Legge. Nessun sapiente. Nessun dotto. Sorridi tu, Gesù. E noi con te, passeggiando accanto alla strada. Osanna, mite Messia. Osanna, Dio che accetti di entrare nelle nostre vite. Osanna, Dio che stai per morire. Osanna, mio re, mia speranza, mia certezza. Osanna, mio Tutto! Sei tu Gesù, che prendi tutto in mano. Tu che rincuori, salvi, scuoti. Ti doni. Altro è predicare, altro pendere da una croce. Altro convincere o fondare una religione, altro restare appesi fino ad emanare l’ultimo respiro. E Tu Gesù sei disposto a morire per mostrare la verità dei tuoi gesti. Morire per mostrare ad ogni uomo chi è veramente Dio. Il tuo amore ci salva, non il tuo dolore. Un amore che manifesta, che mette a nudo, che scuote e stupisce. La croce diventa, allora, l’ultimo sì detto al Padre. E all’uomo. L’ultimo tentativo gravido e fecondo di manifestare Dio. Capirà l’uomo? Capiremo noi? Non lo so o Signore, perché sono passati più di duemila anni e sei ancora lì, su quella croce. Ancora lo stesso cartello. E ancora non ti conosciamo. Ci sentiamo delusi, come i discepoli. Vogliamo un Dio con la bacchetta magica che sistemi tutti nostri guai e i nostri errori. Non ti sopportiamo quando ci tratti da adulti, perché ci prendi sul serio e ci fai ricordare che la vita è nelle nostre mani, che ci hai fatti liberi di amare e di odiare, di fare la pace o fare la guerra, e che la colpa non è tua se dai nostri errori non siamo capaci di imparare nulla. Siamo un disastro, Gesù! Ma tu, da quella croce, non giudichi nessuno! Ci guardi e ci ami…infatti ti sei fatto carne della nostra carne, sei entrato dentro la nostra storia, hai scelto il posto più lontano da Dio perché nessuno si senta più lontano da Lui. Su quella Croce, insieme a tutti i crocifissi della storia piantati nel cuore del mondo, si consuma il delitto più atroce della storia: si uccide Dio. Ma allo stesso tempo, si svela la verità più luminosa della storia: DIO È AMORE. GRAZIE, GESÙ PERCHÉ CI AMI COSÌ COME SIAMO. Il Card. Roger Etchegaray scrisse una preghiera in questo giorno, recita così: Io vado avanti come un’ asino… come quell’asino di Gerusalemme, che, in quel giorno della festa degli ulivi, divenne la cavalcatura regale e pacifica del Messia. Io non sono sapiente, ma una cosa so: so di portare Cristo sulle mie spalle e la cosa mi rende più orgoglioso di essere borgognone o basco. Io lo porto, ma è lui che mi guida: io credo in lui, lui mi guida verso il suo regno. Chissà quante volte si sente sballottato il mio Signore, quando inciampo contro una pietra! Ma lui non mi rinfaccia mai niente. E’ così bello percepire quanto sia buono e generoso con me Io vado avanti in silenzio. E’ strano quanto ci si capisca anche senza parlare! Io vado avanti nella gioia. Quando voglio cantare le sue lodi, io faccio un baccano del diavolo, io canto stonato. Lui allora ride, ride di cuore e il suo riso trasforma le strettoie del mio vecchio cammino in una pista da ballo e i miei pesanti zoccoli in sandali alati. Io vado avanti come un asino che porta Cristo sulle sue spalle. Buona settimana santa cari fratelli. Facciamoci condurre da Dio. Amen

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