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Omelia III Domenica di Quaresima -Anno B-

Omelia III Domenica di Quaresima -Anno B-

«Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo».

(Es 20,1-17 / Sal 18 / 1Cor 1,22-25 / Gv 2,13-25)

Il capitolo venti del libro dell’Esodo può essere riletto proprio come il momento in cui Dio aiuta Israele a comprendere dove si trova e quale sia il modo migliore per vivere la relazione con Lui. Israele si trova ancora nel deserto del Sinai. È un popolo smarrito che non sa bene quale direzione prendere. È smarrito soprattutto nella relazione con un Dio che sta imparando a conoscere. È un Dio del quale a volte non si fida, un Dio contro il quale mormora, un Dio dal quale pensa di essere stato tradito o abbandonato. Le parole sono il segno della relazione: ti parlo perché riconosco che sei davanti a me. Al contrario, l’indifferenza e il silenzio uccidono la relazione. All’interno di una coppia, la situazione peggiore non è quando si litiga, ma quando non ci si parla più! In questo testo del libro dell’Esodo, Dio dona a Israele delle parole preziose e si rivolge al suo interlocutore usando il Tu. Quelli che conosciamo come comandamenti sono piuttosto parole (le 10 Parole) per costruire una relazione. In una relazione autentica, l’altro non è un idolo. Lo diventa quando io non ascolto più, quando mi costruisco un’idea su di lui e mi illudo di poterlo manipolare. Ecco, le prime parole di Dio vogliono proprio sottrarsi a questo tipo di relazione con noi: Dio non è un idolo, ma un Altro che in maniera viva stabilisce una relazione con noi. Dio non è il prodotto della mia immaginazione, ma un Altro che mi sorprende. Ogni relazione ha bisogno di cura. Dio sta in fondo ricordando a ciascuno di noi che anche la relazione con Lui ha bisogno di questa cura. E il luogo in cui ci possiamo prendere cura della relazione con Dio è il cuore del fratello. Proprio perché Dio non è una fantasia, si fa incontrare concretamente nelle relazioni che costruiamo tra noi. In questa prospettiva, il Salmo 18 ci invita a ringraziare per queste parole che Dio ci dona, perché grazie a queste parole non ci perdiamo, ma possiamo sempre ritrovare la strada: “la legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima”. Sappiamo bene poi che in una relazione le parole non bastano, occorre fare gesti concreti. Così anche Dio opera continuamente nella storia di Israele: lo libera dalla schiavitù, lo libera dalla fame e dalla sete, lo libera dai serpenti velenosi, ma soprattutto, come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura di questa domenica, quelle parole che Dio ha pronunciato nel deserto del Sinai trovano la loro pienezza sulla croce. Se in quelle parole troviamo il desiderio di Dio di costruire una relazione con noi, nella croce vediamo il gesto incomprensibile dell’amore per noi. La croce supera tutte le parole: è l’amore che non può essere spiegato. Occorre lasciarsi amare in modo così folle da Dio per provare a capire. La croce compie e supera le parole. Nella vita del popolo d’Israele, il Tempio è diventato poi, nella terra promessa, il luogo dell’ascolto delle parole di Dio. A questo punto allora possiamo capire la reazione furiosa di Gesù (Gv 2,13-25): il Tempio dovrebbe essere l’immagine di questa relazione con Dio e invece è diventato un mercato. Era normale ai tempi di Gesù che nel tempio ci fossero i venditori di animali e i cambia valuta. Per i riti si offriva un animale in base alle proprie possibilità e lo si poteva acquistare al tempio (anche Maria e Giuseppe offrono una coppia di tortore alla nascita di Gesù). Anche per quanto riguarda l’elemosina, si doveva fare nella valuta corrente di Gerusalemme. I pellegrini che arrivavano da altri paesi avevano necessità di cambiare per poter fare l’offerta. Ci facciamo ora una domanda: perché Gesù si arrabbia in questo modo? Gesù si arrabbia, non per questi banchi, ma perché han fatto della preghiera un mercato. L’idea, ormai radicata nelle persone, era che: tanto più grande è l’animale o l’offerta e tanto Dio deve ricompensare. Quando una relazione diventa un contare, non è più relazione di amore, ma un commercio. Questo accade con le persone, ma anche con Dio. Quante volte lo facciamo anche con Dio: “Ti ho tanto pregato, ho fatto sempre del bene, ho seguito tutti i comandamenti… e tu? Non mi ascolti e mi hai fatto capitare queste cose?”. Riflettiamo sulla nostra preghiera: quanto è un contare, invece di una relazione di amore (perché l’amore vero non conta mai!): Signore io ti prego tanto, ma tu invece non mi hai mai dato una gioia! Chiediamoci cari fratelli e sorelle: come viviamo il nostro rapporto con Dio: è casa o supermercato? Dovremmo smettere di fare del Signore un supermercato, un luogo dal quale prendere quello che ci serve al prezzo migliore, risparmiando il più possibile. Dio non è un prodotto di consumo; siamo noi che dovremmo farci consumare dal Suo amore! Un Amore che è e che sarà sempre squisitamente GRATIS!

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