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Omelia IV Domenica di Quaresima -Anno B-

Omelia IV Domenica di Quaresima -Anno B-

«Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare
il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

(2Cr 36,14-16.19-23 / Sal 136 / Ef 2,4-10 / Gv 3,14-21)

Non è la prima volta che sentiamo nominare Nicodemo… Questo personaggio è un fariseo molto importante, un uomo che vuole comprendere fino in fondo le cose, è un dottore della legge attirato dalla persona e dal messaggio di Gesù. Per questo va da lui, ma di notte. Infatti, cosa avrebbero detto o fatto gli altri farisei? Lo avrebbero considerato un traditore? Non sappiamo… certo è che, per evitare inconvenienti, preferisce il buio così nessuno dei suoi lo avrebbe visto. In questo colloquio, Gesù si rifà all’episodio dell’Antico Testamento in cui si parla di serpenti velenosi al tempo della liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Passato infatti il momento iniziale di gioia per il fatto di essere fuggiti dall’Egitto ed essere liberi, la vita nel deserto era faticosa. Si trovano davanti a molte difficoltà, si lamentano spesso e, a volte, rimpiangono anche il tempo in cui erano schiavi. Non credono più che Dio è con loro, dunque vogliono fare di a modo loro. Allora il Signore Dio, per far capire loro quanto indispensabile è la sua presenza, decide di mettersi da parte, di non intervenire (Dio fa come fanno tutti i papà: se un figlio vuole fare di testa sua, il papà, dopo aver cercato di ragionarci assieme senza ottenere risultati, lascia fare. È anche così che un figlio cresce e matura… sbagliando, si può imparare. Succede anche a voi così? Quante volte i vostri papà o le vostre mamme vi danno dei consigli che voi non ascoltate?) Accade che gli Israeliti vengono attaccati da serpenti velenosi e chi venivano morso, moriva. MA Dio, Padre buono che vuole comunque la vita dei suoi figli, a questo punto interviene e dice a Mosè di costruire un serpente di rame e di metterlo su un’asta, in alto, per dare la possibilità a tutti di vederlo: se coloro che venivano morsi dai serpenti lo avessero guardato, avrebbero avuto salva la vita. Ora rileggiamo le parole che quella notte Gesù dice a Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’ uomo”.  Gesù fa un paragone con quell’evento per far capire che Lui è colui che salva, è colui che, una volta innalzato, dà la vita a tutti quelli che credono in Lui. “Innalzare” significa: portare in alto. Generalmente questa parola si usa per dire che qualcuno ha fatto qualcosa di importante per cui è elogiato, oppure è messo in alto nel vero senso della parola (facciamo qualche esempio: quando prendete un bel voto venite innalzati nel senso che la maestra/prof vi porta in alto, cioè vi loda facendo risaltare la vostra bravura). Questa parola, cioè, ci fa capire che chi è innalzato è in una condizione migliore di quella in cui era prima, una condizione di gioia e di gloria. Ora cerchiamo di capire che cosa significano le parole del Vangelo “bisogna che sia innalzato il Figlio dell’ uomo” Gesù è innalzato in modo diverso dagli
“innalzamenti” umani: è innalzato su una croce.L’innalzamento di Gesù è l’abbassamento più basso che poteva raggiungere…. perchè la morte in croce era solo per gli schiavi. È vero allora che Gesù, appeso alla croce, è stato innalzato da terra come gli schiavi ma, per l’evangelista Giovanni, che vissuto tutti i momenti della passione del suo Maestro, questo innalzamento non è solo fisico, non è solo segno di sofferenza, ma è un essere avvicinato a Dio, alla destra del Padre. È un innalzamento di vittoria, di gloria perché è il momento in cui Gesù manifesta a tutti noi il suo amore. Ha dato la sua vita per noi è morto e risorto per salvarci dal peccato, dalla morte eterna. Cari fratelli e sorelle, Gesù chiede anche a noi di dare la nostra vita… non certo morendo fisicamente come ha fatto lui! Ci sono tanti modi, per noi, di dare la vita… (ad esempio, fare a meno di qualcosa a cui teniamo tanto per donarla a chi ne ha bisogno, etc…) Sono certo che ognuno di noi sa come potrebbe “dare la vita”! Non è sempre facile, anzi, perché anche noi potremmo essere morsi dal serpente della pigrizia, del pettegolezzo, dell’invidia, del voler primeggiare… ma guardare il Crocifisso ci può guarire, ci può aiutare a capire che cosa significa “volere un bene da morire”. Chi guarda il Crocifisso trova salvezza e vita “perché Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Ma cosa vuol dire guardare a Lui innalzato sulla croce? Vuol dire che ci dobbiamo mettere davanti al Crocifisso, guardarlo, stare lì e basta? No! Significa credere all’amore che Gesù ha avuto per noi donando se stesso e fare nostro il suo modo di vita. Ma per far questo dobbiamo far morire tutto quello che in noi non è amore. E il “non amore” si può riassumere in una sola parola: egoismo, che è l’atteggiamento di chi si preoccupa solo di se stesso. Come bloccare questo atteggiamento? Amando senza misura!! Come si fa? Come fanno i bambini… I bambini misurano l’amore a bracciate più che a parole. Per dire “tanto”, allargano le braccia più che possono, perché l’amore è vero solo quando si spinge al limite del possibile, del consentito. E così fa Dio, che ama distendendo le proprie braccia sulla croce, fino ad abbracciare l’intera umanità, affinché nessuno si senta escluso.

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