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Omelia IV Domenica Tempo Ordinario-AnnoB

Omelia IV Domenica Tempo Ordinario-AnnoB

Forse per difenderci dal dolore che abbiamo provato o per allontanare la delusione che già vediamo arrivare da lontano, molte volte ci congeliamo, non permettiamo a noi stessi di sentire quello che proviamo. Ma in questo modo rinunciamo anche a tutto quello che di bello la vita ci offre con i suoi profumi e i suoi colori. Smettiamo di vivere per non morire di dolore. Anche il nostro cuore ibernato dal gelo delle nostre paure ci impedisce a volte anche di essere toccati dalla parola di Dio. Viviamo la fede ibernati, in una sterile ripetizione o in una diffidenza che deforma tutto.
Il protagonista di questo passo del Vangelo si recava per abitudine o per dovere ogni sabato nella sinagoga per ascoltare la parola di Dio, ma era insensibile, anestetizzato, non provava niente, la parola non lo toccava. Non è forse vero che anche noi rischiamo di vivere la fede come abitudine, congelati perfino nei nostri ruoli ecclesiali, nelle statue di ghiaccio del catechista, del prete, del volontario o dell’educatore? Sono armature che ci difendono perché ci fanno sembrare esternamente a posto davanti alla gente e alla nostra coscienza, ma il cuore è spento. Le nostre comunità sono spesso congelatori dove ognuno cerca di impedire che l’altro gli sciolga la bella statua di ghiaccio che si è costruito. Solo quando Gesù pronuncia quella parola con più forza, solo quando parla direttamente al suo cuore, riesce a sciogliere il cuore di quell’uomo che abitualmente si recava nella sinagoga. Quell’uomo non voleva essere colpito dalla parola, forse perché intravvedeva la possibilità di essere scomodato, di essere provocato, di andare in crisi.
Lo spirito impuro infatti si ribella perché non vuole essere colpito. Le parole ci colpiscono e a volte ci fanno male. La parola di Dio non è sempre consolatoria, non ci conferma sempre nelle nostre scelte, anzi, ci spinge sempre a cambiare. Per questo motivo preferiamo allontanarla e difenderci. Gesù non insegna come gli scribi: non parla solo alla testa, il suo insegnamento non punta al volontarismo o al mero rispetto della Legge. Gli scribi invece fanno così. Agli scribi preoccupa solo che tu appaia a posto. Sono esperti della Legge, cioè esperti della Parola di Dio, ma piuttosto che viverla, la studiano. Gesù invece mette in relazione la parola con la vita, per questo quell’uomo si sente provocato e lo respinge. Proprio come noi che preferiamo una conoscenza della Parola di Dio piuttosto che cominciare a viverla silenziosamente. Quest’uomo è abitato da un paradosso: proprio lo spirito impuro non vuole essere toccato. In genere abbiamo la convinzione che toccando si diventi impuri, ma molte volte sono proprio le nostre pretese di purezza angelica che nascondono le nostre perversioni interiori. Chi è libero, riesce anche a toccare e a lasciarsi toccare senza scandalizzarsi. Gesù, nel Vangelo di Marco, tocca spesso gli ammalati, i lebbrosi, i peccatori, senza la paura di contaminarsi. È proprio la paura di essere toccati che spesso ci impedisce di incontrare Dio, come la sposa del Cantico dei Cantici che non apre allo sposo che bussa per non sporcarsi i piedi. Per incontrare Dio invece molto spesso ci viene chiesto di mettere i piedi per terra e di sporcarci di umanità. A volte proprio chi ha conosciuto Dio evita di essere toccato dalla sua parola, perché immagina a quale conversione potrebbe essere chiamato. Lo spirito impuro dice infatti di sapere chi è Gesù. E proprio per questo di difende. Lo spirito impuro sa che la parola di Dio può ferire, sa che la parola libera. E a volte per essere guariti, dobbiamo anche passare attraverso il dolore, quel dolore che avremmo preferito non sentire. Anche Gesù prova a sciogliere il nostro cuore con le sue lacrime, anzi con il sangue delle sue ferite, pur sapendo che tante volte è un sangue sprecato.

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