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Omelia Mercoledì delle Ceneri -Anno B-

Omelia Mercoledì delle Ceneri -Anno B-

« State attenti a non praticare la vostra giustizia

davanti agli uomini per essere ammirati da loro».

(Gl 2,12-18 / Sal 50 (51) / 2Cor 5,20-6,2 / Mt 6,1-6.16-18)

Oggi è il Mercoledì delle Ceneri, cioè il primo giorno di Quaresima. Ma per capire bene cosa ci vogliono dire le letture, dobbiamo prima sapere cosa significano “ceneri” e “Quaresima”. Tra qualche momento, dopo l’omelia, ci metteremo tutti in fila e andremo dal sacerdote per farci mettere sul capo un pochino di ceneri (derivano dai ramoscelli secchi di ulivo che sono stati bruciati all’ultima Veglia di Pasqua) mentre ci dirà: “convertiti e credi al Vangelo”. Questo è un gesto molto antico, che risale Antico Testamento. Gli ebrei, infatti, usavano cospargersi il capo di ceneri e indossare abiti di iuta (lo stesso tessuto con cui si fanno le corde) quando cercavano il perdono di Dio. Anche noi diciamo che la Quaresima è un periodo di penitenza, ma ci riferiamo all’accezione positiva del termine. Infatti lo consideriamo, piuttosto, un tempo di Grazia. È un periodo nel quale ci prepariamo a qualcosa di straordinario. Ecco, senza rischiare di cadere troppo nella banalità, potremmo dire che la Quaresima è il periodo di tempo che ci serve per preparaci al meglio. È come un periodo di gestazione, non serve solo al bambino per crescere sano e forte nella pancia della mamma, ma anche ai genitori per prepararsi ad accoglierlo nel migliore dei modi. Scopriamo come Dio vuole introdurci in questo periodo di benedizione: La Prima Lettura è tratta dal Profeta Gioele. È un annuncio bellissimo di una conciliazione tra noi e il Padre. Anzi, è anche qualcosa di più: Dio desidera stare insieme a noi, condividere del tempo con noi. Ci ama talmente tanto, che stravede per noi! Verrebbe da chiedersi, allora, per quale motivo spesso le cose ci vanno male. Il problema è la prospettiva dalla quale le vediamo. Siamo sempre concentrati su ciò che noi vorremmo o su ciò che noi pensiamo sia meglio, ma non siamo capaci di vedere come vede Dio. Pensate se qualcuno ci dicesse: “guarda dal buco della serratura di questa porta: il tuo futuro sarà bello quanto il paesaggio che vedi”. Noi ci avviciniamo e vediamo solo un tronco di un vecchio albero a terra. Ci arrabbiamo con Dio: “come puoi permettere che mi senta così? Che viva una situazione così antipatica? Che sia così solo?” Dio non è un incoerente: se dice che per noi vuole il meglio, è veramente così. Allora il problema è la nostra visione ristretta della realtà. Sì perché se ci fidassimo di Dio, tanto da aprire quella porta, scopriremmo che quel tronco d’albero, in realtà, fa parte di un giardino immenso, meraviglioso, profumato e luminoso. Anche San Paolo, nella Seconda Lettura, ci annuncia questa nuova alleanza, talmente straordinaria che sarebbe da sciocchi lasciarsela scappare. Il Vangelo, invece, sembra avere un aspetto più concreto, perché ci parla di cosa fare e come fare, per vivere in modo fruttuoso e sensato questo tempo. L’evangelista Matteo racconta un insegnamento di Gesù riguardo alla modalità di vivere la relazione con il Padre. Molto spesso ci piace che la gente si complimenti con noi per quello che facciamo per cui, anche l’aiuto in parrocchia, potrebbe essere svolto non per il suo significato ma per dimostrare agli altri quanto siamo bravi. Gesù ci vuole liberare da questo peso. Non dobbiamo agire per il merito che gli altri ci conferiscono, ma per l’amore che ci unisce a Dio. Nel brano si parla di elemosina, preghiera e digiuno. Però dobbiamo stare attenti a non prendere queste tre azioni come l’ennesimo compito da svolgere, altrimenti cadiamo in una frenesia iper- religiosa che non fa bene a nessuno. Questi gesti, invece, servono a depurarci da tutto ciò che c’è in eccesso nella nostra vita, per tornare a quell’essenziale che ci mette in relazione con Dio. Si tratta di ritrovare una genuina e vera intimità con Lui, abbastanza forte da non messa come merce di scambio per la stima degli altri. È per questo che Gesù dice di fare tutto nel segreto, affinché non ci siano interferenze tra noi e Lui. Inoltre è necessario capire bene questi tre segni, affinché non diventino mera superstizione. L’elemosina: non si tratta solo di dare soldi ai poveri, ma di rinunciare a qualcosa che per noi è imprescindibile. Non il superfluo, ma qualcosa che per noi è importante! La preghiera: non vince chi fa più rosari al giorno, ma chi vive la relazione con Dio nella verità. Se si pregasse di continuo ma, per esempio, non si chiedesse nulla di bello per i propri nemici, avrebbe senso? Il digiuno: non è semplice astinenza dal cibo, ma una rinuncia da tutto ciò che ci allontana da Dio. Si può digiunare dai pettegolezzi, dell’ira, dalla pigrizia, dell’egoismo. In sintesi l’elemosina ci invita a vivere al meglio le relazioni con gli altri; la preghiera, alimenta la relazione con Dio; il digiuno, ci aiuta nella relazione con noi stessi (di cosa mi sto nutrendo? (Io o Dio). Per vivere autenticamente queste tre cose, bisogna seguire il consiglio di papa Francesco: “fare il bene, perché è bene, e non per come ci fa apparire”. Vi auguro di riuscire a vivere un tempo di vera e sincera intimità con Dio, per vivere al meglio la Pasqua.

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