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Omelia Santa Famiglia di Nazareth AnnoB

Omelia Santa Famiglia di Nazareth AnnoB

“Il bambino cresceva, pieno di sapienza.”

Gen 15,1-6; 21,1-3  Sal 104   Eb 11,8.11-12.17-19   Lc 2,22-40

Diventare genitori non è mai stato facile, dico diventare e non essere perché si tratta di una consapevolezza in cui si cresce attraverso errori e passaggi della vita. Tutti noi siamo chiamati a diventare genitori, non necessariamente in senso biologico. Diventare genitori significa rendere generativa la propria vita. Genitore infatti è colui che sa mettersi da parte per amore del figlio, senza trasformarlo in una proprietà o in un oggetto da manipolare e gestire, senza ridurlo a una fonte dì gratificazione o in una proiezione delle proprie paure e dei propri sogni. In altre parole diventare genitore significa diventare capace di amare. La crisi genitoriale è oggi l’espressione di una società in cui si fa fatica a donare la vita perché siamo sempre più ripiegati sulla nostra soddisfazione egoistica e individuale. I genitori sono spesso adulti fragili che temono di essere abbandonati o giudicati dai propri figli. Il Vangelo di questa domenica della Santa famiglia ci aiuta a meditare su queste dinamiche. Ascolteremo più volte che Maria e Giuseppe agiscono secondo la legge del Signore. È l’espressione di una consapevolezza che la vita è un dono e non una proprietà. Questo sguardo aiuta a cambiare la prospettiva e permette di uscire da una visione del figlio come proprietà. La vita ci è affidata affinché la facciamo fiorire, così come possiamo. Un figlio non è mai l’esito dell’impegno del genitore: un seme lo puoi custodire, innaffiare, proteggere, ma la pianta che cresce dipende da tante altre cose, non sempre e non tutte prevedibili. Diventare genitore vuol dire fare la propria parte.

Il genitore deve imparare anche a crescere nella distanza dal figlio: Simeone profetizza infatti una spada che attraverserà il cuore di Maria. Certamente si tratta della spada del dolore come annunzio della passione del figlio, ma ogni madre è chiamata a passare attraverso quella distanza, fin da quando viene reciso il cordone ombelicale. Il figlio e la madre vivono solo se avviene questo taglio. Se questa distanza non trova spazio, si crea un rapporto fusionale, ovvero un rapporto così intrecciato che impedisce al figlio di crescere e danneggia la vita della madre. Distanza vuol dire essere disposti a vedere il proprio figlio nei luoghi che non avremmo pensato per lui: Maria e Giuseppe troveranno un giorno Gesù adolescente nel Tempio, dove non subito lo avevano cercato, perché in quel momento non pensavano che fosse quello il posto dove lui avrebbe dovuto trovarsi! Maria e Giuseppe si stupiscono di quello che viene detto di Gesù, si rendono conto che non sanno tutto sul conto del proprio figlio, hanno bisogno di imparare a conoscerlo, ascoltano le parole degli altri come una fonte per capire qualcosa in più di lui. Oggi molti genitori si chiudono o si difendono davanti a quello che viene detto del proprio figlio, si irrigidiscono nella loro immagine, in alcuni casi reagiscono in maniera violenta quando si ritrovano davanti a giudizi e osservazioni che mettono in discussione la loro convinzione, a volte “scontata”, del proprio figlio. Maria e Giuseppe si mettono invece in ascolto di due persone anziane, che hanno acquisito una sapienza tale da poter vedere al di là delle apparenze. Simeone e Anna sono l’immagine di persone generative, perché hanno imparato a stare nell’attesa, sono rimaste fedeli nella speranza che Dio avrebbe dato prima o poi un senso alla loro vita. Simeone ed Anna sono rimasti aperti a questo dono, certi che prima o poi sarebbe arrivato, e quell’attesa ha dato senso alla loro vita. Sicuramente hanno anche attraversato momenti di sconforto e di oscurità, ci saranno state certamente situazioni che avranno incrinato la loro fiducia, eppure hanno saputo perseverare. Anche questo significa diventare generativi.

Cari fratelli e sorelle, tutti noi, famiglie e no, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo costruendo e cosa stiamo lasciando a chi viene dopo di noi. Le cose migliori della vita, quelle che ci portiamo dietro per il resto della nostra esistenza, le abbiamo ricevute in famiglia. Anche le ferite peggiori, quelle da cui non riusciamo a guarire, le abbiamo ricevute il più delle volte in famiglia.  Nel bene o nel male la famiglia è un luogo significativo e decisivo per ciascuno di noi. E tutto è possibile nella vita di chi ha la consapevolezza di non essere solo, ma di essere parte di una famiglia.  Dio dà a Gesù, come unico equipaggiamento per venire al mondo, una famiglia. Maria e Giuseppe rappresentano l’unica cosa che Dio reputa necessaria per questo bambino. Non importa se avrà contro Erode, le circostanze avverse, le difficoltà, la povertà… L’unica cosa che conta è che Gesù sa di non essere solo. Sa che se avrà Maria e Giuseppe tutto sarà possibile. Davanti alla “santa famiglia di Nazareth” non dobbiamo farci venire sensi di colpa se non siamo perfetti, ma dobbiamo farci venire la voglia di recuperare ciò che nella nostra famiglia si è deteriorato. Perché se si ha una famiglia tutto è possibile. Ma senza una famiglia tutto diventa un problema, anche la gioia.

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